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La colonizzazione batterica dell’intestino influenza la risposta immunitaria ed è a sua volta determinata dalle abitudini dietetiche.

 

Partiamo da un po’ di teoria per capire meglio un argomento molto complesso ed estremamente affascinate. Noiosa? Forse, tuttavia l’informazione è la base per provare a scegliere meglio. Imparare a scegliere è il nostro obiettivo quotidiano. Dunque, iniziamo!

 

La disbiosi, ossia l’alterazione della microflora batterica che colonizza l’intestino umano, è alla base della patogenesi della malattia intestinale infiammatoria (IBD). Gli esseri umani e i microbi hanno coesistito e co-evoluto per lungo tempo in una associazione reciprocamente benefica. Tuttavia, il microbioma è dinamico, cambia infatti con l’età e in risposta alle modifiche ambientali. Tra questi fattori il cibo e le abitudini alimentari, progressivamente modificate nelle società moderne, sembrano essere critici modulatori del microbiota, contribuendo alla disbiosi. Inoltre, i nutrienti sono importanti regolatori dell’immunità della mucosa, con effetti sul microbiota intestinale che, a sua volta, influenza lo sviluppo e la maturazione del sistema immunitario.

 La composizione del microbiota intestinale si forma già nei primi istanti di vita, a partire dal modo con cui veniamo al mondo: dopo un parto naturale, la composizione microbica di un neonato tende a somigliare a quella del microbiota vaginale o dell’intestino materno, mentre dopo parto cesareo il microbiota contiene un notevole numero di agenti ambientali. Successivamente l’allattamento al seno fornisce diversi elementi importanti nella difesa da agenti patogeni: IgA, citochine, fattori di crescita ed elevate concentrazioni di oligosaccharidi che favoriscono l’accumulo di batteri produttori di acido lattico nell’intestino. In termini di IBD, l’effetto dell’allattamento al seno può rivelarsi più importante di quanto precedentemente pensato: i risultati di una meta-analisi, pubblicati sul The Journal of Pediatrics nel 2009 , hanno suggerito che potrebbe svolgere un ruolo protettivo contro lo sviluppo della malattia pediatrica. Inoltre, il ruolo della nutrizione precoce sembra avere un impatto sul rischio di sviluppare patologia anche in tarda età.

Oltre agli effetti del microbiota intestinale sul sistema immunitario, i fattori nutrizionali influenzano la composizione microbica stessa. Ad esempio, le fibre alimentari non vengono digerite dal tratto gastrointestinale umano, ma vengono fermentate nell’intestino da batteri che, a loro volta, modificano il microbiota intestinale. L’elaborazione microbica delle fibre provoca la formazione di acidi grassi a catena corta (SCFA), come l’acetato, il propionato e il butirato, utilizzati dalle cellule del colon come fonti energetiche cruciali, con importanti attività anti- infiammatorie. In particolare, il butirrato, prodotto da batteri commensali, partecipa alla differenziazione e alla soppressione di citochine pro-infiammatorie.

 

Il mondo scientifico porta sempre più evidenze: il microbiota è influenzato da ciò che mangiamo. Per esempio, uno studio ha dimostrato differenze sostanziali nel microbiota intestinale dei bambini che vivono nelle comunità rurali africane rispetto ai bambini che vivono in Europa. L’intestino dei bambini africani risulta ricco di Bacteroidetes e povero in Firmicutes e Enterobacteriaceae, mentre i risultati ottenuti dai bambini europei erano piuttosto l’opposto. I ricercatori hanno suggerito che la diversità era per lo più attribuibile a modelli dietetici radicalmente diversi.

L’assunzione di calorie elevate con un grande consumo di carboidrati, tipica delle diete occidentali, è stata associata ad una diversità microbica minore, a differenza della dieta mediterranea basata su frutta, verdura e cereali.

 

E la nostra vita, quanto viene influenzata?

 

Nell’ultimo decennio, l’interazione tra il microbiota intestinale e la persona ha guadagnato una crescente attenzione, in quanto è stata associata con una varietà di patologie immunitarie, infiammatorie e metaboliche. Inoltre l’aumento dell’incidenza di malattie autoimmuni e croniche è stato attribuito ad alterazioni della composizione microbica e del ruolo del microbiota intestinale nella regolazione immunitaria.

Un rischio minore di malattia intestinale infiammatoria è stato associato alle abitudini di consumare più ortaggi e frutta, a differenza di un rischio più elevato tra le persone la cui dieta è basata prevalentemente su grassi animali e zucchero anche se la disbiosi da sola non può essere sufficiente a indurre IBD. Infatti diversi difetti nella risposta infiammatoria contro agenti microbici sono stati riportati in persone affette da IBD.

Le diete simili a quelle occidentali con i loro additivi alimentari onnipresenti hanno mostrato un’influenza negativa sulla composizione e funzione del microbiota.

 

L’acido retinoico, un derivato della vitamina A, è importante nello sviluppo del sistema immunitario neonatale, per la stabilità cellulare e subcellulare e sulle superfici epiteliali. Il ferro, elemento essenziale dell’ematopoiesi, può innescare processi infiammatori associati alla progressione del Morbo di Crohn, in quanto il ferro luminale può modificare direttamente la funzione delle cellule epiteliali o generare un ambiente patologico a causa delle alterazioni del microbiota intestinale. La vitamina D viene considerata un importante regolatore dell’immunità mucosa. La disponibilità e la funzionalità della vitamina D dipende sia dall’ingestione che dall’esposizione alla luce solare con radiazioni ultraviolette naturali.

Nel caso di IBD, è stato suggerito che l’esposizione a luce solare ridotta costituisce un fattore di rischio, in particolare per il Morbo di Crohn. A conferma di questa intuizione è stata trovata una incidenza di IBD più alta nell’emisfero settentrionale, dove l’esposizione a UV è notevolmente inferiore.

 

In base ai dati riportati, si deduce che non solo gli eventi postnatali precoci influenzino l’innesco del sistema immunitario della mucosa e la risposta immunitaria nella vita adulta, ma anche che ci sono chiaramente innumerevoli altri fattori alimentari e non che possono influenzare la normale omeostasi e il rischio di sviluppare IBD.

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