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Se è vero che non siamo tutti uguali, è anche vero che gli alimenti “salutari” non fanno bene a tutti allo stesso modo. Il caso del rischio cardiovascolare.

Ormai è una verità accertata: gli alimenti possono essere una alternativa ai farmaci. Già nel 2004 sul British Medical Journal venne pubblicato uno studio ormai vecchiotto, ma sempre attuale, sul Polipasto. Secondo gli studiosi, il consumo giornaliero di un bicchiere di vino rosso, 32 mandorle, 2 spicchi di aglio, 100 grammi di cioccolato amaro (oppure 400 grammi di frutta e verdura) e 120 grammi di pesce 4 volte a settimana porterebbe ad una riduzione del rischio di sviluppare patologie cardiovascolari in una percentuale variabile tra il 12 e il 32% a seconda dell’alimento.

Tale percentuale si innalzerebbe fino al 40% se questi alimenti venissero consumati tutti insieme. Effettivamente, i numeri sono molto interessanti, ma ragioniamo assieme: la proposta è di consumare quotidianamente 32 mandorle e 2 spicchi di aglio al giorno. Il bicchierino di vino può anche essere piacevole se non si è astemi, ma 2 spicchi di aglio al giorno sicuramente mettono a dura prova l’organismo e la vita sociale. Inoltre, non tutti gli alimenti sono adeguati in tutte le condizioni: per esempio, cioccolato e vino non sono ben tollerati da una persona affetta da colon irritabile che volesse ridurre il suo rischio cardiovascolare. La situazione si complica ancor più se si prende in considerazione il patrimonio genetico di ogni individuo. Infatti, la funzionalità di numerosi geni è legata allo stato di salute del sistema cardiovascolare. Un esempio è il gene MTHFR che codifica per un enzima coinvolto nella trasformazione dell’omocisteina in metionina (due amminoacidi). Se l’enzima presenta delle pecche, nell’organismo si accumula omocisteina che provoca un aumento di circa 3 volte del rischio di trombosi venosa e di ben 7 volte del rischio di arteriopatie. Numeri che si aggravano se la persona ha un deficit di folati (una vitamina del gruppo B). Se, quindi, l’enzima funziona meno, bisogna aumentare l’assunzione giornaliera di cibi ricchi in folati (uno fra tutti le verdure a foglie verde). Un altro gene di fondamentale importanza è il VDR che codifica per il recettore della vitamina D. E’ chiaro che se il recettore non funziona al 100%, non viene assimilata e utilizzata adeguatamente la vitamina D, che oltre alle ossa, fa tanto tanto bene al cuore. Ed ecco che diventa necessario mangiare più sgombro, salmone, latte e uova.

La lista dei geni sarebbe ancora lunga, ma una cosa è già chiara, le interazioni fra alimenti e sintomi sono tante e difficili da tenere a mente. Inoltre, sono differenti per ciascuno di noi, perché ognuno è unico e irripetibile con un patrimonio genetico tutto suo. Come fare allora? Il Metodo Nigef risponde con l’elaborazione della Mappa Alimentare. Questa soluzione innovativa permette di conoscere l’idoneità dei cibi in base alla condizione clinica e generale della persona e in base all’assetto genetico mediante un test sul DNA con il quale si possono indagare i geni legati alle patologie cardiovascolari e molti altri.

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